giovedì 4 ottobre 2012

La panna cotta

 
 
Come si fa a resistere alla panna cotta?
Non si può!
Se poi sfoglio il libro di Leonardo Di Carlo (essì ormai sono in totale adorazione per questo capolavoro) e leggo della sua panna cotta addensata con soli albumi.......beh, come diceva in "Signori si nasce" il grande Totò  "contro la forza la ragion non vale" .....bisogna preparala!  
E nel più classico dei modi, alla vaniglia, di quella buona e profumata, e con la salsa al cioccolato!!
 
 
 
 
Panna cotta
da "Tradizione in Evoluzione" di Leonardo Di Carlo
 
1000 gr panna fresca 35%mg
12 gr buccia di arancia
2 bacche di vaniglia bourbon
235 gr di albumi
220 gr zucchero semolato
1 gr sale maldon
 
Portare a bollore la panna con la buccia di arancia e la bacca di vaniglia tagliata per il lungo. Lasciare in infusione 5 minuti ben coperta. Filtrare direttamente suglia albumi sbattuti con zucchero semolato e sale. Filtrare ancora e mettere il composto liquido all'interno di cocottine, coprire bene la superficie.
Cuocere a bagnomaria in forno statico a 170° per60/70 minuti per monoporzioni da 60gr. Una volta cotto far raffreddare nell'acqua del bagnomaria e, una volta freddo, conservare in frigorifero per almeno una notte prima di servire. Conservazione a +4° per due giorni.
 
 
Salsa al cioccolato
da "Encyclopédie du chocolat "
 
180gr di cioccolato fondente al 60%
200 gr di latte intero
 
Far fondere il cioccolato a bagnomaria, portare il latte ad ebollizione. Versare lentamente 1/3 del latte caldo sul cioccolato fuso, con la spatola in silicone lavorare energicamente il composto descrivendo dei piccoli cerchi per ottenere un "nucleo" elastico e lucido. A questo punto versare un'altro terzo di latte e procedere mescolando alla stessa maniera. In ultimo incorporare il restante terzo di latte. Mescolare per qualche secondo con il frullatore ad immersione. Far intepidire e velare la panna cotta.
 
 
Accorgimenti (per i quali ringrazio i preziosi post di  Rita Mezzini e Paoletta):
 
per una perfetta riuscita della panna cotta non lavorate troppo gli albumi con lo zucchero, devono solo perdere la tensione, alle prime bollicine interrompete altrimenti vi ritroverete la panna cotta con i buchetti all'interno...e non va bene!!!
La cottura deve essere dolce, l'acqua del bagnomaria deve appena fremere, e  al momento di immergere le cocottine deve essere calda, non bollente.

lunedì 1 ottobre 2012

I ravioli di Teresa....

 
 
Ieri mi si è aperto un mondo!
Possono dei ravioli fare cio? Beh, a casa mia sicuramente....
Colpa sua e del suo splendido post sui ravioli di patata e funghi porcini (i prossimi in lista...fatemi beccare dei porcini degni di questo nome e vedrete cosa vi combino!!). Nella spiegazione della ricetta linka alcuni post di Teresa che, a dire il vero, avevo già a suo tempo letto e apprezzato ma che non avevo messo in opera.
Ieri mi son decisa e li ho fatti. Una cosa fantastica...fidatevi!
Teresa, oltre a consigliare una ricetta per la pasta davvero buona ed una sua degna cottura parla di sbianchitura. Metodo che, personalmente, non avevo mai adottato. Sbagliando.
La sbianchitura del raviolo mi ha eliminato il noiosissimo effetto "bordo duro e cuore molle" che avevano, prima di ieri, i miei ravioli.
Cosè la sbianchitura? Come dice Teresa è il passaggio in acqua bollente, per non più di dieci secondi. della pasta farcita. Ogni dieci/dodici ravioli sbianchivo e poi mettevo su un telo ad asciugare, girandoli di tanto in tanto. Il risultato? Un raviolo uniforme nella cottura, un bordo per nulla calloso, insomma, il raviolo perfetto!
 
 



Ravioli ripieni di ricotta e provolone del Monaco
da una ricetta di Teresa De Masi

ingredienti per 4 persone
(6 se sono persone normali...noi non lo siamo...)

per la pasta
300 gr di farina (ho usato la 00 antigrumi per pasta della Lo Conte)
165 gr di uova intere
un pizzico di sale

Nel kenwood con frusta a foglia ho inserito farina, uova e sale, ho fatto andare la macchina fino a formare un briciolame grosso che ho riversato sulla spianatoia. Poi, con le mani bagnate, ho compattato l'impasto e lavorato per 10 minuti. Bagnando di tanto in tanto le mani (l'umidità delle mani aggiungerà la giusta acqua necessaria all'impasto). Ho coperto con una ciotola per un'ora abbondante al fine di far rilassare il glutine.

Farcitura

300 gr di ricotta
200 di provolone del Monaco grattugiato
pepe q.b
50 gr di albumi

Ho setacciato la ricotta e unita al resto degli ingredienti. Messo tutto in una sacca da pasticciere.


Preparazione del raviolo (ne sono venuti circa 40 pezzi).
Ho ripreso l'impasto e con la sfogliatrice ne ho ricavato delle strisce sottilissime. Con la sacca ho porzionato il ripieno su un lato della striscia e ho ripiegato, formando dei ravioli quadrati. Ho sigillato bene i bordi avendo cura di non incorporare aria ed ho tagliato con una rotella.
Ho messo su una pentola piena d'acqua e arrivata a bollore ho proceduto, man mano realizzavo i ravioli, a tuffarli per 10 secondi nell'acqua. Li ho scolati bene e li ho fatti asciugare su un canovaccio, girandoli di tanto in tanto.
Una volta terminati li ho cotti in acqua salata per circa 8 minuti, scolati e saltati in padella con un semplicissimo sugo fatto con pomodorini.
Spolverati di provolone del monaco e serviti ben caldi.



lunedì 17 settembre 2012

Alici marinate...finalmente!!





E' stata una sofferenza non poterle mangiare per tanto tempo. Il pericolo dell'anisakis mi aveva portato a rinunciarvi. Sia a casa che al ristorante. Era più forte di me.
Ma leggendo attentamente di questo parassita, era ben chiaro il fatto che il grazioso ospite* non sopravvivesse se sottoposto  ad una cottura almeno a  60 gradi di temperatura, oppure in seguito ad abbattimento in negativo dopo 96 ore a -15° C, 60 ore a -20° C, 12 ore a –30° C, 9 ore a -40° C.

Complice l'abbattitore, le ho fatte, e me le sono gustate con del buon pane casereccio.
L'alternativa è il normale congelatore di casa ma, secondo me, perdono in struttura. Si ammorbidiscono troppo.



Alici marinate

500gr di alici freschissime
una tazzina da caffè di aceto di vino bianco
il succo di due limoni
prezzemolo, aglio, peperoncino q.b.
olio extravergine di oliva q.b.


Preparazione

Pulire le alici e togliere testa, lische e interiora, lavatere e far ben scolare.Disporle su una teglia e abbattere in negativo a -20 per 60 ore. Toglierle dal congelatore e farle scongelare dolcemente in frigorifero. Mettere le alici in una pirofila a strati con un il limone e l'aceto. Lasciatere il tutto per circa 5 ore, fino a quando le alici diventano bianche. Dopo colare le acciughe, poggiarle su canovaccio e tamponarle  bene.
Disporle in una pirofila alternando le alici marinate con aglio, prezzemolo, peperoncino e olio, fino ad esaurimento degli ingredienti.


 E per saperne di più....

* L'Anisakis simplex è un nematode normalmente presente come parassita intestinale in numerosi mammiferi marini (delfini, foche, etc.) ed ospite intermedio, nel suo stadio larvale, di molti pesci tra cui tonno, salmone, sardina, acciuga, merluzzo, nasello e sgombro. L'anisakis è estremamente diffuso, poiché è presente in più dell'85% delle aringhe, nell'80% delle triglie e nel 70% dei merluzzi.

Questi nematodi migrano dalle viscere del pesce alle sue carni se, quando catturato, non viene prontamente eviscerato. Quando l'uomo mangia pesce infetto crudo, non completamente cotto o in salamoia, le larve possono impiantarsi sulla parete dell'apparato gastrointestinale, dallo stomaco fino al colon. Per difendersi dai succhi gastrici, attaccano le mucose con grande capacità perforante, determinando una parassitosi acuta o cronica. La parassitosi acuta da anisakis insorge già dopo poche ore dall'ingestione di pesce crudo e si manifesta con intenso dolore addominale, nausea e vomito.

Le forme croniche sono diverse, possono mimare svariate malattie infiammatorie e ulcerose del tratto intestinale oppure coinvolgere altri organi come fegato, milza, pancreas, vasi ematici e miocardio. Possibili anche reazioni allergiche fino allo shock anafilattico, a causa della sensibilizzazione alle proteine antigeniche termoresistenti del parassita.

La cura dell'Anisakis richiede molto spesso l'intervento chirurgico, per asportare la parte dell'intestino invasa dai parassiti.

Come evitare l'anisakis

Una circolare del ministero di sanità del 1992, ancora in vigore, obbliga chi somministra pesce crudo o in salamoia (il limone e l'aceto non hanno alcun effetto sul parassita) ad utilizzare pesce congelato o a sottoporre a congelamento preventivo il pesce fresco da somministrare crudo. Infatti l'anisakis e le sue larve muoiono se sottoposti a 60 gradi di temperatura, oppure dopo 96 ore a -15° C, 60 ore a -20° C, 12 ore a –30° C, 9 ore a -40° C.

I pericoli maggiori provengono dai ristoranti e dal consumo casalingo. Purtroppo non tutti i ristoranti seguono queste indicazioni, poiché i casi sono in aumento e la causa è spesso da imputare ad alici marinate, evidentemente non sottoposte a congelamento preventivo.

Se pensate che il rischio anisakis sia molto basso e gli allarmismi siano eccessivi, sappiate che ogni settimana vengono ritirate dal mercato partite di pesce infestato dal parassita, e stiamo parlando di pesce fresco italiano e di provenienza estera.

Per evitare contaminazioni, consigliamo di seguire questi semplici consigli:

  1. assicurarsi sempre che nel ristorante in cui si mangia pesce crudo o marinato questo venga preventivamente sottoposto a trattamento termico adeguato;
  2. evitare il consumo di pesce crudo in ristoranti cinesi "travestiti" da giapponesi, che stanno proliferando in questi anni;
  3. nel consumo casalingo di pesce crudo, acquistarlo fresco e congelarlo per almeno una settimana nel congelatore a -18 gradi. Il pesce prontamente eviscerato (come il salmone di allevamento) è più sicuro di quello venduto con le viscere;
  4. prestare particolare attenzione alle specie a rischio, come lo sgombro, le sardine, il tonno e il pesce azzurro in genere.
(fonte cibo360.it)

giovedì 6 settembre 2012

Crostata di pesche con crema alle mandorle




Un libro che mi ha accompagnato durante le vacanze estive è stato "Tradizione in Evoluzione" arte e scienza in pasticceria, del Maestro Leonardo Di Carlo.
Un sogno, averlo, che si è realizzato il giorno del mio compleanno.
Un libro di oltre 800 pagine dove a farla da padrona questa volta non è la sola ricetta. E' una sorta di manuale denso di spiegazioni tecniche, di suggerimenti, di chiarimenti di consigli. Diviso in capitoli, tratta dalla pasta sfoglia alle masse montate, dalla pasta bignè ai biscuit, dalle creme di vario genere alle meringhe, dalle paste lievitate ai cake, dalla pasticceria da tè al pralinato, dal cioccolato alla pâte à bombe, dai gelati alle glasse, dai soufflé ai torroni, dalle confetture al croccante, dalla canditura ai fritti, alla pasticceria alternativa e a quella salatala .
Il Maestro spiega dettagliatamente le preparazioni che ci si appresta ad affrontare, gli ingredienti, i procedimenti, gli eventuali problemi da affrontare in corso d'opera, le loro cause e i possibili rimedi. Insomma, un grande aiuto per i professionisti e il paradiso terrestre per gli appassionati!
Una delle preparazioni che avevo voglia di provare era la sua crema di mandorle per crostate.
Approfittando di ottime pesche che avevo in casa ho tirato fuori questa crostata (che al più presto replicherò con i fichi).

 


Crostata alla crema di mandorle e pesche

ingredienti

per la pasta frolla

250gr di burro
500gr di farina
100 gr di zucchero a velo
100 gr di zucchero semolato
un uovo intero + un tuorlo
un pizzico di sale Maldon
zest di un limone

per la crema di mandorle
da "Tradizione in evoluzione" arte e scienza in pasticceria
di Leonardo Di Carlo

500 gr di burro
500 gr di zuccchero
500 gr di uova intere
150 gr di farina debole 00
500 gr farina di mandorle
3 gr di sale fino
8 gr  lievito chimico (non l'ho messo)
(per la ricetta è sufficiente metà dose) 
 
6 pesche
gelatina neutra
 
Preparazione
 
per la frolla
sabbiare la farina con il burro e le zest del limone. Incorporare lo zucchero semolato, quello a velo e le uova. Lavorare poco l'impasto, quel tanto che serva ad amalgamare tutti gli ingredienti. Mettere in frigo per almeno 4 ore. L'impasto si presenterà molto morbido ma il riposo in frigo lo compatterà.
 
per la crema di mandorle
 
Rendere il burro morbido (18°-20°), mettere in planetaria con aromi, sale e zucchero, quindi montare a media velocità con la frusta, unite poco alla volta le uova, alternando con la polvere di frutta secca. Unite la farina setacciata con il lievito (il lievito l'ho omesso. Il Maestro De Carlo dice che serve ad avere una struttura più areata ma volevo provare prima la ricetta senza). Mettere tutto in una sacca da pasticciere.
 
per le pesche
 
Tuffare le pesche in acqua bollente per 3 minuti, poi tuffarle subito in acqua ghiacciata. Spellarle (sarà facilissimo!) e  tagliarle a fette spesse. Metterle in una ciotola con il succo di 1/2 limone e un cucchiaio di zucchero. Far riposare un'oretta.
 
 
Stendere la frolla a 1/2 cm e foderare uno stampo da 24 cm. Riprendere la crema di mandorle e disporla all'interno del guscio.
Disporre le pesche secondo il vostro estro ed infornare per 40-50 minuti a 190° nella parte bassa del forno.
Una volta sfornata pennellare di gelatina neutra.




martedì 28 agosto 2012

La paella de marisco

 
 
L'anno scorso sono stata in vacanza a Madrid. Splendida città!
E, tanto per non smentirmi, ho fatto incetta di tapas e jamon serrano. Ma, nonostante fossi a Madrid e non a Valencia, avevo desiderio di mangiare una favolosa paella.
Grazie alla segnalazione di un'amica madrilena l'ho potuta assaggiare in un ristorante ottimo (tra l'altro non riportato sulle guide....) dove, infatti, notavo solo presenza di persone del luogo. Ci sono ritornata un paio di vole durante il mio soggiorno. Una volta ho preso la paella valenciana, preparata con pollo, coniglio, fagioli (garrofón) e taccole (judías verdes anchas), successivamente quella de marisco, preparata con il pesce.
La paella nacque come piatto umile della cucina popolare della campagna della Comunità Valenciana e delle cambuse dei pescherecci. Veniva preparato in casa, condito con gli ingredienti a disposizione. Alla fine del XIX secolo cominciò ad essere servita nei chioschi delle spiagge di Valencia e Alicantee a diffondersi nel resto della Spagna. E', quindi, una specialità regionale valenciana. Prende il suo nome dal recipiente "paella" ( dal latino patella ,da cui anche l'italiano padella) nella quale viene preparata. Si trattava di una padella larga e poco profonda, solitamente in ferro, munita di due impugnature opposte, che veniva utilizzata nella Comunità Valenciana per cucinare vari piatti a base di riso o di fedelini (una pasta simile a spaghetti). La profondità della paella è di circa cinque-sei centimetri, mentre il diametro varia in base al numero di commensali: indicativamente, per 4 persone si usa una paella da 45 cm, per 10 persone quella da 1 metro.
Tornata a casa ho cercato di riprodurla fedelmente e lì è uscita fuori la mia indole "scassambrella" alias "rompiscatole". Non volevo creare una simil paella ma "la paella de marisco" non dico identica all'originale ma abbastanza indistinguibile... ;-))
Mi piace restare fedele alle ricette tipiche, lo considero una forma di rispetto. Poi nessuno impedisce di fare sperimentazioni... Certo non mi verrebbe mai in mente di fare uno spaghetti a vongole con il parmigiano (qualcuno lo mette....??) :-D
Quindi ho cercato di capire quale fosse il modo corretto di preparala e soprattutto cosa non fare assolutamente. Vero è che ogni famiglia in Spagna la prepara secondo le proprie abitudini, che possono essere diverse da zona a zona ma il mio intento era quello di seguire almeno la "regola generale". In questa ricerca mi sono venute in aiuto Fermanda e Marialetizia di Coquinaria, con ampie e ben curate spiegazioni. Alla fine ho capito che:
 
  • usare il riso adatto è fondamentale, la paella non  è un risotto. Il riso deve rilasciare poco amido.
  • non è contemplato l'uso della cipolla.
  • in quella di mare non c'è pomodoro, in quella valenciana si.
  • il riso non si gira mai ma si scuote la paella con l'aiuto dei manici laterali.
  • la paella deve essere in ferro, no antiaderente.
  • ho notato che la servono con una salsa all'aglio in accompagnamento (una sorta di maionese all'aglio) e spicchi di limone.
     
 
Ho rispettato tutte le regole, unica deroga concessa è l'uso della paellera antiaderente. La tradizione vuole quella in ferro per poter godere, alla fine, della fantastica crosticina che si forma sul fondo. In verità, ho usato quella antiaderente dopo aver visto l'enorme vendita delle stesse nei vari negozi di casalinghi in Spagna (però giuro che stavo per comprare quella in ferro....).
Quindi armata di derrate alimentari frutto del mio viaggio quali riso Calasparra, Pimentón, zafferano , salsa all'aglio e dell'ottimo pesce fresco (quello è napoletano però...!!!) ne è uscita questa:
 
Paella de marisco

dosi per 6/8 persone

600 gr riso calasparra o bomba
6/8 gamberi
6/8 scampi
2 seppie
2 calamari grandi
cozze e vongole a piacere (penso di averne usato un 600gr in totale)
una bella manciata di piselli
due peperoni rossi
 zafferano
Pimentón un pizzico
olio, aglio, gambi di prezzemolo
brodetto di pesce (per 600 gr di riso almeno 1,5 litri)
sale se occorre

Per la salsa alioli:

3 spicchi d'aglio
1 tuorlo d'uovo
200 gr di olio extra vergine d'oliva
1/2 limone
 
Preparazione
 
Laviamo i gamberi e priviamoli del budello, stessa cosa per gli scampi. Versiamo nella paellera  quattro cucchiai di olio, uno spicchio di aglio e dei gambi di prezzemolo e facciamo rosolare per un paio di minuti prima i gamberi e poi gli scampi. Mettiamoli da parte coperti.  Tagliamo le seppie e i calamari a dadi e poniamoli nella paellera. Copriamo e dopo cinque minuti aggiungiamo i piselli e i peperoni tagliati a cubetti. Intanto, in un'altra padella, facciamo aprire delle cozze e le vongole. Filtriamo il liquido di cottura e aggiungiamolo al brodo di pesce. Mettiamo nella paella il brodo di pesce, profumiamolo con il pimentos e lo zafferano, al bollore versiamo il riso cercando di distribuirlo uniformemente su tutta la superficie della padella. Solo in questo momento possiamo eventualmente pareggiarlo con un cucchiaio di legno, dopo non bisogna più girarlo ma " smuoverlo" aiutandosi con le impugnature laterali della paellera.
 



Dopo una quindicina di minuti sistemiamo sul riso i gamberi, gli scampi e il resto del pesce. Lasciamo cuocere il riso senza mescolarlo mai!
Quando il riso è quasi cotto sistemiamo i mezzi gusci pieni delle cozze, in piedi.
Spegniamo il fuoco e sistemiamo sulla paella un foglio di  carta forno o giornale bagnato e strizzato sulla paella, avendo cura di non toccare il riso. Questo serve ad asciugare la paella anche in superficie. Se si copre semplicemente con un coperchio resterò molto più bagnata.
Teniamola così per 5 minuti.
Serviamola con spicchi di limone e la salsa all'aglio.

Preparazione salsa alioli
In un mortaio riducete a crema gli spicchi d'aglio privati dell'anima, metteteli in un bicchiere e aggiungete un tuorlo d'uovo, un pizzico di sale e il succo di mezzo limone, poi frullate col minipimer aggiungendo l'olio a filo, quando sarà montata tipo maionese la salsa all'aglio è pronta.



 

giovedì 23 agosto 2012

Il salmone in padella di Rosa

 
Il fatto che sia appassionata di cucina porta molti, (soprattutto i parenti, a dire la verità)  a pensare che possano piacermi solo piatti super elaborati e coreograficamente sbalorditivi. Niente di più sbagliato!
Pensate che uno dei miei piatti preferiti sono gli spaghetti al pomodorino fresco!
Qualche giorno fa, gita al mare, mia cognata Rosa mi propone per pranzo del salmone cucinato in modo, a suo parere, semplice. Scusandosi quasi dell' estrema semplicità del piatto .
Vi dirò...sono rimasta letteralmente conquistata da questa preparazione !
Rosa, poi, mi ha rivelato che adopera questo sistema per qualsiasi pesce, spigola, filetti di merluzzo...ecc. Credo che d'ora in poi questa ricetta la userò spessissimo....
 
 
Ingredienti
per 5 persone
 
 
5 fette di salmone fresco
4 cucchiai di aceto bianco
6 o 7 cucchiai di succo di limone
un pizzico di origano
2 spicchi di aglio
prezzemolo fresco q.b.
un pizzico di sale
1 cucchiaio di olio extravergine di oliva
 
Preparazione
 
Disporre in padella le fette di salmone, preparare con olio, aceto, sale, limone, aglio, origano e prezzemolo una vinaigrette/citronette e versarla sulle fette di pesce. Incoperchiare e cuocere a fuoco medio fino a cottura (molto dipende dallo spessore del pesce).
In questo modo il salmone si manterrà morbidissimo.
Potete aumentare, se preferite, la quantità di limone o aceto, secondo il gusto.
In genere sono restia a cuocere il succo del limone. Lo aggiungo sempre a crudo. Ma questa ricetta è perfetta così. Provatela!

mercoledì 15 agosto 2012

Piccoli peperoni ripieni




Qualche giorno fa mi hanno regalato dei peperoni piccolissimi.
A dire la verità io così minuscoli dalle mie parti non li avevo mai visti!
Allora ho pensato di fali ripieni. In genere faccio quelli grandi e mi sono sempre piaciuti.
Questi però sono ancora più buoni. Nella forma e nel sapore. Il fatto che ci sia meno ripieno e maggior superficie esterna bilancia molto meglio i sapori, a mio avviso.
Prima di accingermi a preparare il ripieno ho dato una sbirciata al libro " La cucina napoletana" di Jeanne Caròla Francesconi. Ho trovato sia una ricetta classica di peperoni imbottiti che una ricetta di peperoncini ripieni (presumo siano quelli piccoli e verdi) fornita, quest'ultima, come dice la Francesconi, da Mariarosaria Pignatelli di Montecalvo. In quelli classici, secondo il libro, andrebbero, nel ripieno, oltre a pan grattato, alici, capperi ecc.. anche delle melanzane a fungetiello (a funghetto), ingrediente, insieme al pan grattato non presente nella ricetta di quelli piccoli.
Tracce di questa preparazione si trovano già verso la fine del '700, e più precisamente nel 1781 dove il cuoco, filosofo e letterato italiano Vincenzo Corrado, nel suo "Vitto pitagorico" , un capitolo "vegetariano" del suo libro "Il cuoco Galante", parla di "peparoli ripieni", anche questi con un ripieno senza pane e melanzane.


Ho messo insieme le varie informazioni e ho realizzato un ripieno che mi ha soddisfatto molto.

Piccoli peperoni ripieni
per circa 60 peperoni

Ingredienti

250 gr pane raffermo ammollato e strizzato
una decina di peperoni piccoli
una manciata di pinoli
una manciata di uvetta
una manciata di olive di gaeta
un cucchiaio di prololone grattugiato o fatto a dadini
un paio di filetti di acciuga
un uovo intero
una ventina di capperi
uno spicchio di aglio schiacciato ed uno intero
olio extravergine,sale, pepe, origano q.b.


Procedimento

Insaporire in padella i peperoni tagliati a cubetti con uno spicchio di aglio intero (che toglierete alla fine), olio extra vergine di oliva, sale, origano. Verso metà cottura aggiungere le olive denocciolate , i pinoli, i capperi e l'uvetta ben lavata.
Versare il composto in una ciotola ed amalgamarlo al pane ammollato, aggiungendo l'aglio schiacciato, il provolone (io avevo il provolone del monaco ed ho preferito usare quello) e l'uovo. Inserire tutto in una sac a poche e riempire i pereroncini precedentemente svuotati dagli eventuali semi.
Disporli su una teglia coperta di carta forno, riposizionare le calottine e irrorare con pochissimo olio.
Infornare a 180°/200° per una ventina di minuti.

Come dice anche la Francesconi, questa preparazione è preferibile gustarla fredda, meglio il giorno dopo averlo cucinato. I vari sapori avranno così il tempo di fondersi e nello stasso tempo di spiccare.


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